UNA STORIA SENZA PUNTI
I Nomadi al Colosseo 2011

Quando hai una penna in mano e un foglio bianco dinnanzi a te su cui scrivere speri sempre che le parole vengano da sole, che dopo un paio di minuti mezza pagina si sia riempita di inchiostro, che i temi affrontati siano proprio quelli che avevi in mente. A volte tutto ciò accade. Accade che trovi una frase giusta, ti dilunghi, ti fermi, ti prepari un caffè, riordini le idee nell’attesa di arrivare al fondo, al fatidico punto finale.
Come nella vita di tutti i giorni, arrivi alla sera e quando ti accorgi di essere stanco e di non aver più nulla da chiedere, te ne vai a letto, mettendo il punto finale alla tua giornata.
Ma la storia che sto per raccontare non è fatta di punti finali, ma di tante piccole virgole, che separano un avvenimento da un altro, tante piccole storie che creano un mondo a cui ci si affeziona e da cui è quasi impossibile separarsi.
Sabato 26 novembre 2011. Teatro Colosseo. Torino. Autunno.

Per il terzo anno consecutivo ci ritroviamo fuori dal Colosseo nell’attendere che Daniele, Massimo, Beppe, Danilo, Sergio (…magro) e Cico (…sempre uguale) arrivino per le prove del concerto. Qualche foto, qualche abbraccio e poi tutti a cena.
La bellezza del teatro è nell’atmosfera che si vive, negli sguardi che puoi catturare volgendo gli occhi verso le file davanti a te, i sorrisi, la voce di chi le canzoni le urla a squarciagola, i sussurri di chi ha paura di sbagliare una parola, una frase. E poi il teatro è puntuale. Non un minuto di ritardo. Se il biglietto che hai riporta le ventuno, cinque minuti dopo e la prima canzone è già perduta.
Occhi puntati sul sipario allora. Mancano pochi secondi, le luci calano in galleria e in platea e si accendono sul palco. Mastro Beppe si fa largo tra i pesanti tendoni e legge una lettera a tutti noi in cui ci dice (parole mie)… che questa non è una storia fatta di virgole, che le decisioni di ognuno di noi vanno rispettate e che una volta chiuso il sipario la vita continuerà a scorrere come sempre… semplicemente.
Ma il problema è che tra l’apertura e la chiusura di questo santo e sempre amato sipario fluiscono due ore e mezza di emozioni… vere! Così le note di “Stagioni” riempiono il mondo di ognuno dei presenti e poi le parole di Nelson Mandela, l’impossessarsi di Danilo della sua ‘arma pacifica’ più bella, il microfono, la sua voce potente, unica, inconfondibile e i primi applausi che cominciano a riempire l’aria che respiriamo di una ritrovata ‘vitalità’. Con il cuore, questa volta un po’ noi, malato, stiamo attenti a non perderci un passaggio, una canzone, un messaggio di questa serata che forse sarà più unica di tante altre serate uniche.
“Dove si va”, “Stella d’Oriente”, “Noi” e il primo tempo scorre via velocemente. La pausa caffè ci porta a condividere il vissuto appena trascorso, ma anche quello che verrà, le parole lasciano spazio alle paure ma anche agli ottimismi, alla voglia di rincontrarsi su qualche treno o in qualche stazione fermi ad aspettare di salire sul primo che passerà.
Neanche il tempo di spegnere le luci e il secondo tempo ha inizio. “I tre miti”, “Salvador”, “Io voglio vivere” note liete in una magica serata. Tante lettere sul palco, ma anche il nostro dono, il bellissimo dipinto di Paola!!!
Ma il tempo anche stasera sembra tiranno. Ancor più in teatro dove l’esibizione dei Nomadi è leggermente più ridotta rispetto ai concerti estivi. “Salutami le stelle”, ormai da un po’ di tempo riproposta, ha proprietà terapeutiche, tanto da infondere quella positività e quell’allegria che perdiamo di tanto in tanto, E non solo quelle. Come ha ricordato Danilo, ciò di cui abbiamo bisogno oggi è soprattutto LEGGEREZZA.
Dopo “Io Vagabondo”, “Tedeum” e gli inchini di rito il sipario si chiude. Rimango per alcuni secondi completamente fermo, in silenzio. Voglio catturare in quel lento movimento del tendone che si chiude, uno sguardo, voglio che nei miei pensieri il ricordo possa tramutarsi in una bella immagine da portarmi con me per sempre. Anche se so che quello è un momento allo stesso tempo dolce e triste. E’ come se l’angoscia mi salisse per un attimo solo, se quella foto mentale appena scattata avesse al suo interno un pezzo della mia crescita interiore, il mio avvicinarmi a persone, personaggi e avvenimenti, al grande insegnamento che bisogna amare nonostante tutto.
Così, sorridendo mi alzo da quella terza fila, troppo stretta per le mie lunghe gambe e mi avvicino a salutare gli altri. Forse è questa la leggerezza di cui si parlava durante il concerto. Mi avvio all’uscita con la testa che è un’esplosione di ricordi, di colori, di vita. E’ solo ora mi accorgo che quando si è chiuso il sipario è stata messa un’altra virgola a questa storia nomade, magari questa volta doppia o più marcata, ma pur sempre una virgola. PUNTO.

Semplicemente Grazie

 

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