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All’inizio
del 2008 cinque organizzazioni tibetane hanno annunciato a New Delhi la
costituzione del Tibetan People’s Uprising Movement, il Movimento di
Insurrezione del Popolo Tibetano, finalizzato al coordinamento di comuni azioni
di resistenza a partire dai prossimi mesi, vigilia delle Olimpiadi di Pechino
2008. Le cinque organizzazioni sono, nell’ordine, il Tibetan Youth Congress,
la Tibetan Women’s Association, il Movimento Gu Chu Sum, il Partito Nazionale
Democratico del Tibet e il gruppo Studenti per il Tibet Libero, India.
Gli
organizzatori hanno annunciato che la prima, spettacolare azione del Movimento
di Insurrezione del Popolo Tibetano avrà luogo il prossimo 10 marzo 2008, 49°
anniversario della pacifica rivolta di Lhasa contro l’occupazione cinese, con
una marcia pacifica che, partendo da Dharamsala, dovrebbe raggiungere Lhasa, la
capitale del Tibet. Tsewang Rigzin, Presidente del Tibetan Youth Congress, nel
corso di una conferenza stampa, a New Delhi, ha affermato che “la marcia verso
il Tibet è un’iniziativa dei tibetani in esilio per rafforzare resistenza e
portare la lotta dentro casa”. Ha inoltre invitato i tibetani in tutto il
mondo a scendere in piazza e manifestare, senza ricorrere alla violenza, ovunque
la Cina faccia transitare la fiaccola olimpica. A Lhasa il10 marzo centinaia di
monaci del monastero di Drepung, distante una decina di chilometri dal centro
della capitale, hanno cercato di raggiungere Lhasa. Ingenti forze di polizia
hanno pattugliato l’intera area attorno al monastero e posto i monaci sotto
stretta sorveglianza. In città, reparti armati di polizia, temendo il
congiungimento dei monaci con i cittadini, si sono dispiegati all’interno
dell’area del Barkhor impedendo la libera circolazione dei tibetani. Si ha
notizia dell’arresto di quattordici monaci e di almeno due laici. Il giorno
successivo, 11 marzo, attorno alle 3 del pomeriggio, centinaia di monaci del
monastero di Sera (tra 400 e 500 religiosi) si sono radunati nel cortile
dell’istituto monastico inneggiando alla libertà e all’indipendenza del
Tibet. Hanno cercato quindi i raggiungere Lhasa per protestare contro gli
arbitrari arresti avvenuti il giorno precedente e per chiedere la liberazione
delle persone imprigionate nell’ottobre 2007, in occasione delle
manifestazioni seguite al conferimento al Dalai Lama della medaglia d’oro del
Congresso americano. Nei pressi della locale stazione di polizia sono stati
fermati da almeno un migliaio di poliziotti appartenenti alle forze di pubblica
sicurezza che, per disperdere la folla, hanno fatto ricorso al lancio di gas
lacrimogeni. Testimoni oculari hanno riferito che almeno undici manifestanti
sono stati brutalmente percossi. Fonti attendibili hanno reso noto che alcuni
colpi d’arma da fuoco sono stati uditi attorno al monastero di Drepung. Tutte
le strade di accesso al monastero sono bloccate e la polizia ispeziona le
abitazioni private dei tibetani alla ricerca di eventuali monaci o monache che
abbiano cercato di ottenere riparo. In tutta Lhasa si registra una situazione di
forte tensione.
Il 14 marzo un’imponente serie di manifestazioni si sono svolte a Lhasa, nelle
aree del Barkor e del Trombe Khang, e in altre regioni del Tibet. Testimoni
oculari riferiscono che nella capitale tibetana sono in atto violenti scontri
con la polizia, che hanno causato diversi feriti e, secondo alcune fonti, la
morte di una ragazza di sedici anni. Diversi negozi e automobili sono in fiamme.
Si tratta della sollevazione popolare più importante e significativa dalla fine
degli anni ’80. Le forze di polizia hanno limitato la libera circolazione dei
tibetani e si teme che possa essere imposto il coprifuoco nel volgere di breve
tempo. Imponenti manifestazioni di protesta anche a Labrang (Amdo) dove almeno
500 monaci si sono uniti ai laici e hanno raggiunto il palazzo sede del governo
inneggiando alla libertà del Tibet e al ritorno del Dalai Lama. Manifestazioni
nelle strade della Contea di Sangchu, nella provincia di Gansu.
In
una dichiarazione rilasciata a Dharamsala, il Dalai Lama ha chiesto alla Cina di
rinunciare all’uso della forza. Nella stessa dichiarazione il Dalai Lama ha
affermato di essere “profondamente preoccupato” per la situazione in Tibet.
”Sono
profondamente preoccupato della situazione che si sta verificando in Tibet a
seguito delle proteste pacifiche degli ultimi giorni in molte aree, inclusa
Lhasa. Queste proteste sono la manifestazione del profondo risentimento della
gente del Tibet sotto l’attuale governo. Come io ho sempre detto, l’unita’
e la stabilita’ sotto la violenza bruta costituiscono al massimo una soluzione
temporanea. E’ irrealistico aspettarsi unita’ e stabilita’ sotto un simile
governo e questo non contribuira’ a trovare una soluzione pacifica e durevole.
Dunque io faccio appello alle autorita’ cinesi, affinche’ smettano di usare
la forza e indirizzino il risentimento covato a lungo dal popolo tibetano verso
il dialogo col popolo tibetano stesso. Allo stesso tempo esorto i miei compagni
tibetani a non fare ricorso alla violenza”.
Pechino
ha risposto con la forza alle proteste dei tibetani. A fronte delle notizie
diffuse dalla televisione di stato cinese che ha dato notizia di “dieci morti
e molti feriti”, il Centro Tibetano per i Diritti Umani e la Democrazia
afferma che i morti sarebbero almeno cento, trecento secondo altre fonti.
Raggiunta telefonicamente, una tibetana residente a Lhasa, ha così dichiarato
tra le lacrime: “La situazione è terribile. Molte persone sono state uccise.
I cinesi hanno sparato a vista, indiscriminatamente, e pile di corpi giacciono
nelle vicinanze dello Tsuglakhan, il tempio principale di Lhasa. Molti i
tibetani fatti prigionieri e picchiati. I tibetani sono costretti a colpire i
propri connazionali, anche se si rifiutano di farlo. Tutti i viaggi sono stati
sospesi. Chiediamo il vostro aiuto”.
Oggi
la città è pattugliata da migliaia di poliziotti e percorsa da mezzi blindati.
I monasteri sono circondati. Il governo locale ha intimato ai manifestanti di
arrendersi e cessare ogni manifestazione entro lunedì. La televisione di stato
oscura, dopo pochi secondi, tutti i notiziari sulla rivolta in corso trasmessi
dalle più importanti televisioni straniere e insiste nel diffondere solo le
immagini dell’assalto dei tibetani a negozi, edifici pubblici ed auto cinesi.
La rivolta dei tibetani prosegue a Labrang (provincia del Gansu), con rinnovata
intensità e fitto lancio di gas lacrimogeni. Il Centro Tibetano per i Diritti
Umani e la Democrazia da notizia di manifestazioni in corso anche in Kham e in
Amdo.
Le
scarne notizie che giungono dalla capitale tibetana raccontano di una città
spettrale, strettamente pattugliata da ingenti forze militari e di polizia
(circa 20.000 uomini, secondo alcune fonti). Blindati percorrono le strade
semideserte che mostrano i segni dell’esplosione della rabbia dei tibetani
dopo quasi sei decenni di brutale repressione cinese. Mentre stanno per scadere
i termini dell’ultimatum di resa incondizionata emesso il 15 marzo dalle
autorità della cosiddetta Regione Autonoma Tibetana, si apprende di nuove
manifestazioni spontanee avvenute o in corso in diverse aree del Tibet.
Il
16 marzo, circa 500 studenti tibetani dell’Università di Lanzhou (la capitale
della provincia del Gansu), hanno dato vita ad una pacifica dimostrazione
all’interno dell’istituto scolastico. Analoghe manifestazioni di protesta
sono avvenute non lontano da Lhasa, presso il monastero di Gaden Choekor ed in
altre località della Regione Autonoma. Dal 15 marzo, a Lhasa, la polizia cinese
esegue rastrellamenti casa per casa. Si è appreso dell’arresto di centinaia
di tibetani, compresi tutti gli ex prigionieri politici.
Il
16 marzo, a Dharamsala, nel corso di una conferenza stampa, il Dalai Lama ha
denunciato il genocidio culturale in atto all’interno del Tibet ed ha
dichiarato di temere che la politica di repressione attuata dal governo di
Pechino si possa tradurre in un nuovo bagno di sangue. Pur ribadendo di non
essere contrario allo svolgimento dei Giochi Olimpici a Pechino, ha fatto sapere
che non chiederà ai suoi connazionali di arrendersi alle autorità cinesi.
Lunedì
17 marzo, nella contea di Machu (Prefettura di Gannan, nel Gansu), una folla di
300 – 400 persone recanti grandi fotografie del Dalai Lama, si è diretta
contro gli edifici governativi appiccando il fuoco a negozi ed uffici cinesi. Un
centinaio di studenti della Marthang Nationality Middle School (Prefettura di
Ngaba – Provincia del Sichuan) hanno inscenato una manifestazione di protesta
all’interno del campus della scuola e chiesto a gran voce il ritorno del Dalai
Lama. Si ha notizia dell’arresto di una quarantina di dimostranti.
TIBET: LE PRIME SENTENZE - 30 CONDANNE
Pechino, 29 Aprile 2008
Dopo gli arresti le prime condanne. L'agenzia Xinhua ha annunciato che 30 tibetani sono stati condannati a pene detentive variabili da tre anni al carcere a vita per aver partecipato agli scontri di Lhasa lo scorso mese di marzo. Le sentenze sono state pronunciate dal tribunale di Lhasa nel corso di una seduta pubblica alla quale hanno presenziato sia monaci sia laici. La stessa agenzia di stampa così riferisce: "Due uomini, compreso un monaco buddista identificato col nome di
Passang, sono stati condannati all'ergastolo. Passang è stato riconosciuto colpevole di aver capeggiato un gruppo di dieci persone, tra le quali cinque monaci, responsabili della distruzioni di edifici governativi, dell'incendio di negozi e di attacchi alle forze dell'ordine. Dei cinque monaci, due sono stati condannati a vent'anni di carcere e tre a quindici anni. L'altra persona condannata al carcere a vita risponde al nome di Sonam
Norbu". Non si ha per ora notizia delle pene inflitte agli altri condannati.
Altre sentenze saranno pronunciate le prossime settimane. Le autorità della regione Autonoma Tibetana si sono a più riprese espresse a favore di "processi rapidi". Il 4 aprile 2008, il vicesegretario del Partito comunista della città di Lhasa ha dichiarato che, nella sola capitale, almeno 800 tibetani sarebbero stati portati davanti alla corte di giustizia. Ma il numero degli arrestati, così come quello dei morti durante gli scontri, continua ad oscillare: secondo le ultime stime, i tibetani arrestati nel periodo compreso tra il 9 marzo e il 29 aprile 2008 sarebbero 7132, di cui 4452 religiosi e 2680 laici (fonte: www.dossiertibet.it).
I morti sarebbero 191 e oltre 1300 i feriti di cui alcuni in gravi condizioni. 1800 i religiosi dispersi. L'amministrazione centrale tibetana ha dato notizia di un numero accertato di 203 morti, di oltre 1000 feriti e di almeno 5715 arresti.
UFFICIO DI SUA SANTITA IL DALAI LAMA
COMUNICATO STAMPA:
SUA SANTITA IL DALAI LAMA E LA QUESTIONE TIBETANA:
17 luglio 2008
Alla luce delle recenti cronache riportate dai funzionari cinesi, secondo le quali, la questione del
Tibet riguarda esclusivamente Sua Santità il Dalai Lama, noi cogliamo questa occasione per
chiarire ancora una volta che la questione del Tibet riguarda il futuro dei sei milioni dei Tibetani
residenti in Tibet e non Sua Santità il Dalai Lama.
Infatti, quando il governo Cinese ha fatto la proposta in cinque punti nel 1981 che includeva “Il
Dalai Lama usufruirà dello stesso status politico e delle stesse condizioni di vita che aveva prima
del 1959”, Sua Santità chiarì alla leadership Cinese che in ballo c'era il benessere dei sei milioni
di tibetani, e lui personalmente non aveva niente da richiedere al governo centrale cinese.
Sua Santità ha persino dichiarato che dal 1969 in poi sono i Tibetani a decidere
dell'istituzione della figura del Dalai Lama.
Nel 1992 Sua Santità ha dichiarato che una volta che ci sarà la possibilità di ritornare in un Tibet
realmente autonomo, lui non avrà più alcun ruolo nel futuro governo del Tibet, figuriamoci se può
ricoprire una carica politica tradizionale nel governo. Noi vogliamo anche chiarire specialmente ai
nostri fratelli e sorelle Cinesi, che i Tibetani, inclusa Sua Santità il Dalai Lama, non sognano
nemmeno di restaurare la vecchia società presente in Tibet prima del 1959. Come dato di fatto, la
democrazia è stata introdotta nella comunità Tibetana in esilio nel 1960 con l'elezione dei
rappresentanti dell'Assemblea dei Deputati del Popolo Tibetano (Parlamento Tibetano).
Dal 2001 i Tibetani in esilio eleggono direttamente la propria leadership politica e Sua Santità il
Dalai Lama ritiene che egli stesso è sul punto di ritirarsi. Comunque sia, egli continuerà a portare
avanti il suo compito nella promozione dei valori umani e dell'armonia religiosa.
In seguito alla ripresa del dialogo con il governo Cinese nel 2002, gli inviati di Sua Santità
concordano nel considerare che la questione Tibetana riguarda il benessere dei sei milioni dei
Tibetani e non di Sua Santità il Dalai Lama.
IL GOVERNO NEPALESE MINACCIA DI DEPORTARE I TIBETANI
Proseguono
ininterrottamente a Kathmandu le proteste dei tibetani: trenta gli arresti
effettuati solo nella giornata dell'11 settembre dalla polizia nepalese che
anche i giorni scorsi è intervenuta con la forza contro i manifestanti riuniti
davanti all'Ufficio Visti dell'Ambasciata cinese per chiedere, in modo
assolutamente pacifico, libertà e rispetto dei diritti umani in Tibet.
Così, sale a 145 il numero dei tibetani detenuti nell'arco dell'ultima
settimana.
Secondo quanto riportato da un giornale locale, il governo maoista nepalese si
appresterebbe a deportare i tibetani residenti illegalmente nel paese e quindi
sprovvisti del permesso di residenza rilasciato dalle autorità. A fronte dei
20.000 tibetani in possesso del documento, un numero maggiore di esuli ne è
sprovvisto in quanto il governo nepalese si è rifiutato di riconoscere lo
status di rifugiati ai tibetani arrivati nel paese dopo il 1989. La dirigenza
nepalese, che considera il Tibet parte integrante della Cina, ha fatto sapere
che le manifestazioni dei tibetani "minacciano le relazioni estere del
paese". Non è stato specificato il luogo dove i tibetani potrebbero essere
deportati.
INVASIONE DI DENARO IN TIBET
Investimenti
per oltre due miliardi di euro dovrebbero trasformare il tessuto sociale della
regione e "comprare" l'anima lamaista dei locali.
La Cina ha deciso di avviare un mega piano industriale e minerario per
trasformare radicalmente l'economia e la società del Tibet. L'obiettivo
politico del piano potrà essere nei fatti la diluizione dell'influenza
religiosa del capo spirituale del Tibet il Dalai Lama, in esilio e con cui i
colloqui stentano ad andare avanti.
I piani industriali sarebbero così un gran tocco di pane con cui comprare
l'anima lamaista dei tibetani.
Il governo intende investire 21,17 miliardi di yuna, oltre 2 miliardi di euro,
in 22 progetti.
Ci saranno dieci progetti minerari per un investimento di 15,9 miliardi di yuan,
il Tibet ha grandi ricchezze minerarie inesplorate. Ci saranno quattro imprese
di costruzioni e di materiali per costruzioni, si andranno a cavare pietre e
marmi di cui la regione è ricca. Si faranno tre fabbriche di medicinali e di
prodotti alimentari, alcuni tra i prodotti di medicina tradizionale cinese più
popolari vengono dal Tibet, inoltre la medicina tibetana tradizionale è di moda
in Cina.
Inoltre saranno istituite cinque zone di sviluppo industriale speciale entro i
prossimi cinque anni per una spesa di circa 3,45 miliardi di yuan.
Già la ferrovia completata nel 2006 che collega Lhasa al resto della Cina ha
cominciato a portare una trasformazione radicale nella regione, ma questi
progetti industriali, che porteranno poi con loro investimenti nel settore
immobiliare e commerciale, saranno una vera bomba atomica nella società
tradizionale tibetana.
A questi progetti si aggiunge poi l'idea di trasformare il Tibet da un ostacolo
a un vero ponte per i rapporti commerciali ed economici con l'India. Strade e
ferrovie dal Tibet dovrebbero attraversare il Nepal e raggiungere poi il
subcontinente indiano unendo nei fatti con una rotta terrestre abbastanza
agevole i flussi di queste due immense popolazioni.
Pechino nei giorni scorsi, dopo la fine delle olimpiadi, aveva detto al Dalai
Lama di accettare l'offerta cinese, e aveva aggiunto che non c'erano margini per
trattative, il capo spirituale del Tibet poteva solo prendere o lasciare
l'offerta.
In qualche modo mentre il Dalai Lama medita sul da farsi, Pechino mostra a lui e
al mondo il suo secondo passo: un piano di trasformazione complessiva della
regione. In questo orizzonte il Dalai Lama può tornare e partecipare in qualche
modo alla trasformazione, che avvenga secondo modalità più consone alla
cultura locale. Oppure il Dalai potrà restare all'estero, nel qual caso il
piano procederebbe con meno attenzioni.
L'aspetto spirituale è completamente trascurato, anche perché il partito ormai
non vuole più interessarsi della religione di per sé, ma solo dei suoi effetti
pratici nella vita sociale.
D'altro canto con o senza il Dalai Lama l'opposizione al governo di Pechino al
Tibet è ormai estremamente complicata. Oltre ai giovani tibetani all'estero,
che contestano la moderazione del Dalai verso Pechino, ci sono poi alcuni
tibetani che sono tornati ai culti shamanici prebuddisti del Tibet, convinti che
lì ci sia la vera forza per opporsi alle nuove regole di Pechino.
Queste forze però, secondo Pechino, sono un problema diverso da quello
religioso, sono un problema etnico, dove il denaro della crescita economica se
non risolve tutto, come la ricchezza privata, almeno può aiutare molto.
TIBET, SITUAZIONE DI STALLO
Dharamsala, 30 Ottobre 2008
Oggi gli inviati del Dalai Lama, accompagnati da tre assistenti, sono partiti
alla volta di Pechino dove si tratterranno una settimana e incontreranno, per
l'ottava volta, i rappresentanti della dirigenza cinese.
Martedì 28 ottobre un'agenzia di stampa cinese, aveva fatto sapere che i
colloqui tra i rappresentanti di Pechino e gli inviati del Dalai Lama avrebbero
avuto luogo nonostante le proteste antigovernative scoppiate a Lhasa la scorsa
primavera e "i seri tentativi di sabotaggio dei Giochi Olimpici di Pechino
da parte di alcuni elementi secessionisti favorevoli all'indipendenza del
Tibet". "Il Dalai Lama e il suo governo dovrebbero fare tesoro di
questa opportunità" - continua il comunicato - "e rispondere
positivamente alle condizioni prefissate dalle autorità centrali". In
risposta alle parole del Dalai Lama, la portavoce del Ministero degli Esteri
cinese, aveva affermato che la politica e l'atteggiamento del governo cinese
nei confronti del leader tibetano erano sempre stati coerenti, espliciti e
sinceri.
Le dichiarazioni di Pechino e la nuova tornata di colloqui tra i dirigenti
cinesi e gli inviati del governo di Dharamsala avvengono a pochi giorni dal
discorso tenuto dal Dalai Lama il 25 ottobre scorso, in occasione
dell'anniversario della fondazione del Tibetan Children's Village. In
quell'occasione, il leader tibetano aveva dichiarato di aver perduto ogni
fiducia nella sincerità del governo cinese e aveva ufficialmente annunciato la
convocazione di una speciale riunione di tutti i ministri in carica, gli ex
ministri, gli attuali e precedenti membri del Parlamento tibetano, i
rappresentanti delle Organizzazioni non Governative, intellettuali ed esperti,
per decidere il futuro del movimento tibetano. L'incontro si terrà a
Dharamsala dal 17 al 22 novembre. "Poiché crediamo nella democrazia"
- ha affermato il segretario del Dalai Lama - "questa riunione speciale,
convocata in un delicato momento e in assenza di qualsiasi risposta da parte
della dirigenza cinese, darà a tutti, anche ai più radicali, la possibilità
di esprimere il proprio punto di vista al fine di raggiungere una comunità di
vedute per la pacifica soluzione del problema tibetano". Il Dalai Lama sta
perdendo ogni speranza. Un cambiamento positivo non è ancora avvenuto in Tibet
e la sua fede nel governo cinese si affievolisce sempre di più, ha ribadito in
conferenza stampa oggi da Tokyo. Il 73enne Premio Nobel per la Pace ha
avvertito che la situazione sta peggiorando e ha invitato i vertici cinesi ad
avere una «mente più spirituale» per affrontare il problema tibetano.
CONCLUSO
IL MEETING DI DHARAMSALA: PREVALE LA LINEA DEL NEGOZIATO CON LA CINA
Dharamsala,
22 novembre 2008.
La
maggioranza dei tibetani in esilio, riuniti a Dharamsala, si è espressa a
favore della linea politica moderata del Dalai Lama. Questi i punti principali
emersi dal meeting:
1
– Decisione
unanime:
l’Assemblea invia un forte messaggio di solidarietà ai tibetani all’interno
del Tibet per il coraggio con cui hanno affrontato il regime cinese. In
particolare, l’assemblea ricorda i tibetani morti, arrestati, torturati e
quelli che ancora risultano dispersi.
2
– Decisione
unanime:
l’Assemblea chiede al Dalai Lama, indiscusso leader politico e spirituale del
Tibet, di non lasciare la sua carica e di restare alla guida del popolo tibetano
per aiutarlo a risolvere nel miglior modo possibile la questione del Tibet.
3
– La maggioranza
dell’assemblea decide, di conseguenza, di proseguire con l’attuale politica
della Via di Mezzo per trovare una soluzione al problema. Tuttavia restano
aperte le opzioni dell’autodeterminazione e dell’indipendenza nel caso in
cui la politica della Via di Mezzo non porti a risultati.
4
– L’assemblea ringrazia tutti i gruppi di sostegno, il governo, i
singoli individui e soprattutto il governo e il popolo dell’India per il loro
fermo supporto.
Parlando
con i giornalisti, il presidente del parlamento tibetano, Karma Choepel, e la
vicepresidente, signora Dolma Gyari, hanno dichiarato che molti delegati si sono
espressi a favore di una linea più dura nei confronti della Cina ma, alla fine,
la maggioranza ha votato a favore della politica della Via di Mezzo. “Tuttavia
il governo tibetano non invierà a Pechino i suoi rappresentanti fino a che la
Cina non mostrerà di aver ammorbidito la sua posizione”, ha precisato la
signora Gyari. “Se non vi sarà alcun progresso nel breve periodo, prenderemo
in considerazione altre opzioni, compresa quella dell’indipendenza”, ha
aggiunto il presidente Choepel. Il governo tibetano ha fatto sapere che le
condizioni per la ripresa dei colloqui saranno specificate nella risoluzione
finale. Tra le condizioni figurerebbero la presenza ai colloqui di un
osservatore indipendente, la liberazione dei prigionieri politici e il rilascio
di una dichiarazione congiunta al termine di ogni round negoziale. Nella
risoluzione finale sarebbero inoltre caldeggiate una più intensa attività di
lobbying presso le Nazioni Unite e una campagna volta a contrastare la
disinformazione e le falsità divulgate dalla Cina.
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Fiducia
al Dalai Lama, sì alla sua «via di mezzo» ma niente più concessioni
alla Cina e soprattutto nessun definitivo accantonamento dell'idea di
indipendenza da Pechino. Questi i risultati della settimana di colloqui a
Dharamsala, la città del nord dell'India sede del governo tibetano in
esilio, alla quale hanno partecipato 600 tra tibetani in esilio, monaci e
sostenitori da tutto il mondo. Invitate dal Dalai Lama come previsto dalla
costituzione del governo in esilio, le delegazioni hanno discusso in
commissioni prima e in seduta plenaria poi, sul futuro del Tibet e sulla
strategia da adottare nei confronti della Cina. Il messaggio che
dall'assembla arriva al governo tibetano, unico organo in grado di
decidere dal momento che il meeting aveva valore consultivo, è che si dà
fiducia alla politica attendista del leader spirituale. Ma è una fiducia
a tempo. Anche se nessun termine è stato fissato, la linea intransigente,
portata avanti soprattutto dai movimenti giovanili che vorrebbero azioni
decise contro la Cina per ottenere non l'autonomia ma l'indipendenza, non
è passata ma ha segnato un punto. Per la prima volta dal 1993, da quando
cioè si scelse la «via di mezzo», la richiesta dell'indipendenza è
stata avanzata a chiare lettere. È stato il presidente del parlamento
tibetano in esilio, Karma Choephel, a spiegare le conclusioni del meeting
ai giornalisti. «L'assemblea ha detto alla Kashag (il governo tibetano in
esilio) che non ha senso continuare il dialogo con Pechino, visto che la
parte cinese non ha accettato le nostre richieste» ha dichiarato Choephel,
aggiungendo che non saranno mandati altri negoziatori a Pechino se non vi
saranno prima aperture chiare dalla Cina.
Il
Dalai Lama fino ad ora non si è espresso. Attende che l'indicazione
dell'assemblea giunga sul suo tavolo per l'approvazione. Il 73enne Premio
Nobel per la Pace non ha neanche partecipato ai lavori, per non
condizionarli con la sua presenza, visto che era in discussione non la sua
persona, ma la sua politica. L'assemblea ha peraltro rigettato ogni idea
di sue dimissioni, ribadendo fiducia nell'operato di un leader che gode
dell'appoggio morale di molti capi di stato e di governo oltre che di
persone comuni in ogni parte del pianeta.
Il Dalai Lama intanto ritira ogni proposito di dimissioni. Lo ha
annunciato personalmente ai cronisti il capo spirituale dei tibetani in
esilio, a margine di una conferenza sul meeting speciale dei tibetani di
tutto il mondo conclusosi ieri a Dharamsala, nel nord dell'India.
L'assembla aveva ribadito la sua fiducia nel leader spirituale e alla sua
politica della «via di mezzo» nei confronti dei cinesi, non abbandonando
però l'ipotesi dell'indipendenza da Pechino se la politica attendista del
Dalai non desse risultati. Il leader, invece, ha respinto stamattina ogni
idea di richiesta di indipendenza, giudicata «impraticabile». La comunità
tibetana è «in grave pericolo» avverte il Dalai Lama, aggiungendo di
aver perso tutta la fiducia nelle autorità cinesi dopo il fallimento di
anni di negoziati sullo statuto del Tibet. «Negli ultimi tempi ho perso
sempre di più la fiducia nelle autorità cinesi», ha detto il leader
tibetano intervenendo alla chiusura dell'assemblea sul futuro del Tibet,
convocata dal Dalai Lama a Dharamsala, in India, sede del governo tibetano
in esilio. «Nei prossimi vent'anni dovremo fare molta attenzione alle
nostre azioni e alla nostra strategia, perché la comunità tibetana è in
grave pericolo», ha aggiunto.
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DANZICA,
6 dicembre 2008.
Il
mondo guarda a Danzica, la città di Walesa e di Solidarnosc, ancora una volta
nella Storia che viviamo. Oggi pomeriggio è avvenuto lo storico incontro tra il
Dalai Lama, il leader spirituale dei tibetani perseguitati e oppressi dal regime
cinese, e il capo dello Stato francese, Nicolas Sarkozy, presidente di turno
dell'Unione europea. Pechino, con un linguaggio di ricatti e pressioni della
peggior specie, ha invano tentato di impedirlo minacciando la Francia di gravi
danni e ripercussioni nei rapporti economici oltre che politici. Ma Sarkozy ha
scelto di non mollare, in nome della fedeltà ai valori del mondo libero e di
un'Europa forte che sa dire no alle pressioni. "Io ho sempre detto che
avrei incontrato il Dalai Lama entro la fine di quest'anno", ha spiegato il
presidente francese ai giornalisti. "E avevo anche concordato, come
presidente di turno del Consiglio europeo, che non sarebbe stato il miglior
momento per incontrarlo il periodo attorno ai giochi olimpici a Pechino".
La
Francia, egli ha sottolineato, non si fa piegare né spaventare dalle minacce
cinesi. Prima di tutto, ha messo in rilievo, "io, sia come capo dello Stato
francese, sia come presidente di turno del Consiglio Ue, sono libero di fare la
mia agenda di incontri da solo e consultando i partner europei. Secondo, bisogna
prendere la situazione con calma. Il mondo globale ha bisogno della Cina, ma di
una Cina più aperta che partecipi alla governance mondiale. E la Cina ha
bisogno di un'Europa forte, che dia lavoro alle imprese cinesi". Una
posizione ferma, dunque, un monito appena velato ma chiarissimo al regime di
Pechino: attenti a minacciare ritorsioni economiche, che si ripercuoterebbero
negativamente anche sulla vostra economia, è in sostanza il segnale del
presidente. La Francia, egli ha continuato, vuole una sola Cina, di cui anche il
Tibet fa parte, ma questa è anche la posizione del Dalai Lama, che non chiede
l'indipendenza. La situazione si fa di ora in ora più calda, incandescente, tra
la Ue guidata dalla Francia e la Repubblica popolare. La cornice dell'incontro
con cui l'Eliseo e l'Europa hanno voluto dire alla Cina che non si lasciano
ricattare è di per sé particolarmente solenne. Oggi sabato si è tenuta a
Danzica una conferenza internazionale - con Sarkozy stesso, con molti premi
Nobel per la pace - per celebrare solennemente il 25mo anniversario del
conferimento, appunto, del Nobel per la pace a Lech Walesa. Allora era il
fondatore di Solidarnosc a battersi con la non violenza contro la brutale Unione
Sovietica di Breznev e dei suoi epigoni, l'Urss di prima di Gorbaciov, per la
libertà e per un'Europa senza muri, oggi il Dalai Lama chiede una Cina diversa
e libertà per il suo popolo. Il Dalai Lama e Walesa ieri venerdì qui a Danzica
hanno lanciato importanti segnali distensivi a Pechino, ma senza indurla a
ripensamenti. E Sarkozy si è schierato sulla loro linea senza riserve,
confermando l'incontro. "Ho la speranza che la Cina cambi, quando diverrà
una società più aperta e democratica, uno Stato di diritto, tutti i cinesi
capiranno la situazione tibetana e allora il problema del Tibet sarà
risolvibile in poche ore o pochi giorni", aveva detto il leader spirituale
tibetano in una conferenza stampa con Lech Walesa a fianco. "E' falsa e
infondata l'accusa di separatismo che Pechino ci muove", ha aggiunto:
"Materialmente ci conviene restare col popolo cinese, ma con il diritto
alla nostra lingua, alla nostra cultura, alle nostre tradizioni. E la nostra
etica dell'autodisciplina può aiutare moltissimo il rinnovamento di una Cina
dove la corruzione è così diffusa", ha sottolineato.
TIBET:
DURE
CONDANNE A SETTE TIBETANI
Dharamsala,
22 dicembre 2008.
Il
Centro Tibetano per i Diritti Umani e la Democrazia ha reso noto che sette
tibetani, accusati di spionaggio, sono stati condannati a durissime pene
detentive. La condanna più severa è stata sentenziata a un ex monaco
collaboratore di un’Organizzazione non Governativa australiana impegnata nella
campagna di sensibilizzazione contro il virus dell’AIDS (appare nella foto, a
sinistra, al lavoro dietro al banchetto).
La
Corte di Giustizia della città di Lhasa, che lo ha giudicato colpevole di aver
preso parte all’organizzazione delle manifestazioni dello scorso mese di marzo
e di aver fornito informazioni a organizzazioni indipendentiste legate alla
“cricca” del Dalai Lama all’estero, lo ha condannato all’ergastolo e
alla privazione a vita dei diritti politici. A sei altri tibetani sono state
inflitte pene detentive variabili da nove a quindici anni di carcere. Da quando
sono scoppiate le proteste, lo scorso 10 marzo, le autorità cinesi hanno
cercato di imporre il blocco totale delle informazioni da e verso il Tibet e, di
fatto, per alcuni mesi il paese è stato tagliato fuori dal resto del mondo.
MONASTERO
DI KIRTI: DUE MONACI CONDANNATI E UNO ARRESTATO
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Dharamsala,
20 gennaio 2009.
Temendo
nuove proteste, la Cina sta obbligando i monasteri ad anticipare le
cerimonie religiose previste dal calendario tibetano e a festeggiare il Losar,
il capodanno tibetano.
Le
autorità della provincia occidentale del Sichuan hanno ingiunto ai
responsabili del monastero di Ngaba Kirti (nella foto) di dare inizio alla
celebrazione della “Grande Festa della Preghiera”, il Monlam,
e li hanno obbligati a tenere l’annuale sessione di dibattito. Radio Voice
of America
riferisce che un monaco è stato arrestato per essersi rifiutato di
anticipare la celebrazione delle cerimonie religiose e per aver stampato
dei manifesti, apparsi sulle mura del monastero, in cui si contestavano
gli ordini delle autorità cinesi.Circa quindici giorni fa, due monaci
appartenenti alla medesima istituzione monastica, Kunga e Dorjee, sono
stati condannati a due anni di carcere. I religiosi erano stati arrestati
anche nel maggio 2008 per essersi opposti alla politica di rieducazione
patriottica voluta dal governo cinese.
Si
apprende che le autorità della Regione Autonoma stanno cercando in ogni
modo di convincere i tibetani a celebrare il Losar,
che la popolazione vorrebbe invece trasformare in un momento di
commemorazione delle vittime della repressione cinese del marzo 2008.
Il
governo cinese sta progettando di premiare chi farà esplodere il maggior
numero di fuochi artificiali e chi, in tutto il Tibet, si farà promotore
di eventi legati alla festività.
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IL TIBET RIAPRE AI TURISTI STRANIERI
Dharamsala, 6 aprile 2009 (AsiaNews).
La Cina ha “riaperto” il Tibet ai turisti stranieri. Il 4 aprile un gruppo di undici turisti tedeschi è arrivato a Lhasa con un viaggio organizzato che li porterà a visitare le maggiori bellezze naturali del Paese.
A febbraio e marzo, in occasione delle ricorrenze delle rivolte anticinesi in Tibet, la zona, insieme alle regioni tibetane del
Qinghai, Gansu e Sichuan, è stata proibita ai turisti stranieri per “proteggerli”. L’intera area è stata per due mesi occupata da decine di migliaia di soldati e sotto una legge marziale di fatto. Gli analisti osservano che anche questa “riapertura” è solo parziale poiché per entrare in Tibet occorre un permesso speciale e non è chiaro se ci si possa andare al di fuori dei viaggi organizzati, mentre perdura il divieto totale per i giornalisti esteri.
Il premier Samdhong Rinpoche, in un’intervista esclusiva ad AsiaNews, commenta i dati diffusi la settimana scorsa dal Rapporto del China Tibetology Research
Centre, ente che dipende dal governo di Pechino, che ha parlato di una regione florida dove i tibetani vivono felici e tutelati.
Il rapporto indica che in Tibet ci sono 2,7 milioni di etnici tibetani su una popolazione di 2,87 milioni, secondo dati del 2008, anche se molti esperti commentano che nei numeri non sono compresi i molti etnici Han emigrati in Tibet ma non formalmente residenti.
Rinpoche risponde che è evidente che “a Lhasa i cinesi immigrati sono il doppio dei tibetani”. “Il governo ha favorito una massiccia immigrazione di etnici cinesi offendo loro incentivi economici. I tibetani sono ormai una minoranza nel loro stesso Paese: nella zona vivono sei milioni di tibetani e non meno di 7,5 milioni di etnici cinesi [con riferimento non solo al Tibet ma anche alle altre zone tibetane nelle popolose province del
Gansu, Qinghai e Sichuan.
Inoltre i tibetani vivono soprattutto nelle zone rurali. E’ una vera ‘aggressione demografica’ che minaccia la cultura tibetana”.
“In secondo luogo – prosegue Samdhong Rinpoche – sono stati già fatti danni irreversibili all’ambiente, è stato alterato il fragile ecosistema dell’area e si stanno sciogliendo i ghiacciai eterni del Tibet.
“Inoltre la Cina proclama di avere investito grandi somme per il progresso economico e il benessere della regione. In realtà si è impadronita delle immense risorse della zona, ha saccheggiato persino gli ampi boschi e le piante medicinali degli altopiani. Non più del 6-7% del valore di queste risorse è stato investito nello sviluppo della regione ma a beneficiarne sono state soprattutto le etnie non tibetane e i militari presenti”.
Samdhong Rinpoche conclude che la Cina si è impossessata persino dei simboli delle tradizioni religiose e culturali: “I cinesi hanno fatto saccheggio di reliquie e manufatti antichi, confiscati negli anni ’60 e ’70 da monasteri e case, compresi preziosi, gioielli e ornamenti in oro e argento”.
SOTTO PROCESSO UN LAMA TIBETANO
Dharamsala, 24 aprile 2009 (AsiaNews - Phayul)
Dura
condanna del Centro Tibetano per i Diritti Umani e la Democrazia per il processo
a Tulku Phurbu Tsering Rinpoche,
cinquantadue anni, iniziato il 21 aprile 2009, il primo intentato contro un
leader buddista di grande spicco, accusato di aver
preso parte alle proteste del marzo 2008. Nella zona sono massime le misure di
sicurezza e la situazione è tesa. Phurbu, un
lama molto stimato e rispettato dai tibetani, è in carcere dal 18 maggio 2008
con l’accusa di possesso illegale di una pistola e di oltre cento proiettili,
trovati presso la sua abitazione a Kardze (Prefettura di Sichuan) dalla polizia
durante una perquisizione. Il reato è punibile con quindici anni di carcere. Il
suo avvocato, Li Fangping, ha affermato che la polizia, dopo quattro giorni di
interrogatori e dopo aver minacciato l’arresto della moglie e dei figli di
Tulku Phurbu se non avesse confessato, ha estorto al lama una falsa confessione.
“L’accusa è insostenibile” – ha dichiarato Li – “La polizia non ha
nemmeno controllato la provenienza dell’arma né le impronte digitali”.
Il Centro Tibetano per i Diritti Umani e la Democrazia denuncia la strategia
cinese di processare eminenti leader buddisti, sotto l’accusa di istigare la
popolazione alla violenza, per giustificare la dura repressione attuata dalla
polizia cinese dal marzo 2008. Ricorda che già in passato sono stati arrestati
e processati con false accuse molte personalità religiose, quali Khenpo Jigme
Phuntsok del Serthar Buddhist Institute, Tenzin Delek Rinpoche fondatore del
monastero Kham Nalanda e Bangi Rinpoche, fondatore dell’orfanotrofio Gyatso a
Lhasa.
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