TIBET OGGI

All’inizio del 2008 cinque organizzazioni tibetane hanno annunciato a New Delhi la costituzione del Tibetan People’s Uprising Movement, il Movimento di Insurrezione del Popolo Tibetano, finalizzato al coordinamento di comuni azioni di resistenza a partire dai prossimi mesi, vigilia delle Olimpiadi di Pechino 2008. Le cinque organizzazioni sono, nell’ordine, il Tibetan Youth Congress, la Tibetan Women’s Association, il Movimento Gu Chu Sum, il Partito Nazionale Democratico del Tibet e il gruppo Studenti per il Tibet Libero, India.

Gli organizzatori hanno annunciato che la prima, spettacolare azione del Movimento di Insurrezione del Popolo Tibetano avrà luogo il prossimo 10 marzo 2008, 49° anniversario della pacifica rivolta di Lhasa contro l’occupazione cinese, con una marcia pacifica che, partendo da Dharamsala, dovrebbe raggiungere Lhasa, la capitale del Tibet. Tsewang Rigzin, Presidente del Tibetan Youth Congress, nel corso di una conferenza stampa, a New Delhi, ha affermato che “la marcia verso il Tibet è un’iniziativa dei tibetani in esilio per rafforzare resistenza e portare la lotta dentro casa”. Ha inoltre invitato i tibetani in tutto il mondo a scendere in piazza e manifestare, senza ricorrere alla violenza, ovunque la Cina faccia transitare la fiaccola olimpica. A Lhasa il10 marzo centinaia di monaci del monastero di Drepung, distante una decina di chilometri dal centro della capitale, hanno cercato di raggiungere Lhasa. Ingenti forze di polizia hanno pattugliato l’intera area attorno al monastero e posto i monaci sotto stretta sorveglianza. In città, reparti armati di polizia, temendo il congiungimento dei monaci con i cittadini, si sono dispiegati all’interno dell’area del Barkhor impedendo la libera circolazione dei tibetani. Si ha notizia dell’arresto di quattordici monaci e di almeno due laici. Il giorno successivo, 11 marzo, attorno alle 3 del pomeriggio, centinaia di monaci del monastero di Sera (tra 400 e 500 religiosi) si sono radunati nel cortile dell’istituto monastico inneggiando alla libertà e all’indipendenza del Tibet. Hanno cercato quindi i raggiungere Lhasa per protestare contro gli arbitrari arresti avvenuti il giorno precedente e per chiedere la liberazione delle persone imprigionate nell’ottobre 2007, in occasione delle manifestazioni seguite al conferimento al Dalai Lama della medaglia d’oro del Congresso americano. Nei pressi della locale stazione di polizia sono stati fermati da almeno un migliaio di poliziotti appartenenti alle forze di pubblica sicurezza che, per disperdere la folla, hanno fatto ricorso al lancio di gas lacrimogeni. Testimoni oculari hanno riferito che almeno undici manifestanti sono stati brutalmente percossi. Fonti attendibili hanno reso noto che alcuni colpi d’arma da fuoco sono stati uditi attorno al monastero di Drepung. Tutte le strade di accesso al monastero sono bloccate e la polizia ispeziona le abitazioni private dei tibetani alla ricerca di eventuali monaci o monache che abbiano cercato di ottenere riparo. In tutta Lhasa si registra una situazione di forte tensione.
Il 14 marzo un’imponente serie di manifestazioni si sono svolte a Lhasa, nelle aree del Barkor e del Trombe Khang, e in altre regioni del Tibet. Testimoni oculari riferiscono che nella capitale tibetana sono in atto violenti scontri con la polizia, che hanno causato diversi feriti e, secondo alcune fonti, la morte di una ragazza di sedici anni. Diversi negozi e automobili sono in fiamme. Si tratta della sollevazione popolare più importante e significativa dalla fine degli anni ’80. Le forze di polizia hanno limitato la libera circolazione dei tibetani e si teme che possa essere imposto il coprifuoco nel volgere di breve tempo. Imponenti manifestazioni di protesta anche a Labrang (Amdo) dove almeno 500 monaci si sono uniti ai laici e hanno raggiunto il palazzo sede del governo inneggiando alla libertà del Tibet e al ritorno del Dalai Lama. Manifestazioni nelle strade della Contea di Sangchu, nella provincia di Gansu.

In una dichiarazione rilasciata a Dharamsala, il Dalai Lama ha chiesto alla Cina di rinunciare all’uso della forza. Nella stessa dichiarazione il Dalai Lama ha affermato di essere “profondamente preoccupato” per la situazione in Tibet.

”Sono profondamente preoccupato della situazione che si sta verificando in Tibet a seguito delle proteste pacifiche degli ultimi giorni in molte aree, inclusa Lhasa. Queste proteste sono la manifestazione del profondo risentimento della gente del Tibet sotto l’attuale governo. Come io ho sempre detto, l’unita’ e la stabilita’ sotto la violenza bruta costituiscono al massimo una soluzione temporanea. E’ irrealistico aspettarsi unita’ e stabilita’ sotto un simile governo e questo non contribuira’ a trovare una soluzione pacifica e durevole. Dunque io faccio appello alle autorita’ cinesi, affinche’ smettano di usare la forza e indirizzino il risentimento covato a lungo dal popolo tibetano verso il dialogo col popolo tibetano stesso. Allo stesso tempo esorto i miei compagni tibetani a non fare ricorso alla violenza”.

Pechino ha risposto con la forza alle proteste dei tibetani. A fronte delle notizie diffuse dalla televisione di stato cinese che ha dato notizia di “dieci morti e molti feriti”, il Centro Tibetano per i Diritti Umani e la Democrazia afferma che i morti sarebbero almeno cento, trecento secondo altre fonti.
Raggiunta telefonicamente, una tibetana residente a Lhasa, ha così dichiarato tra le lacrime: “La situazione è terribile. Molte persone sono state uccise. I cinesi hanno sparato a vista, indiscriminatamente, e pile di corpi giacciono nelle vicinanze dello Tsuglakhan, il tempio principale di Lhasa. Molti i tibetani fatti prigionieri e picchiati. I tibetani sono costretti a colpire i propri connazionali, anche se si rifiutano di farlo. Tutti i viaggi sono stati sospesi. Chiediamo il vostro aiuto”.

Oggi la città è pattugliata da migliaia di poliziotti e percorsa da mezzi blindati. I monasteri sono circondati. Il governo locale ha intimato ai manifestanti di arrendersi e cessare ogni manifestazione entro lunedì. La televisione di stato oscura, dopo pochi secondi, tutti i notiziari sulla rivolta in corso trasmessi dalle più importanti televisioni straniere e insiste nel diffondere solo le immagini dell’assalto dei tibetani a negozi, edifici pubblici ed auto cinesi.
La rivolta dei tibetani prosegue a Labrang (provincia del Gansu), con rinnovata intensità e fitto lancio di gas lacrimogeni. Il Centro Tibetano per i Diritti Umani e la Democrazia da notizia di manifestazioni in corso anche in Kham e in Amdo.

Le scarne notizie che giungono dalla capitale tibetana raccontano di una città spettrale, strettamente pattugliata da ingenti forze militari e di polizia (circa 20.000 uomini, secondo alcune fonti). Blindati percorrono le strade semideserte che mostrano i segni dell’esplosione della rabbia dei tibetani dopo quasi sei decenni di brutale repressione cinese. Mentre stanno per scadere i termini dell’ultimatum di resa incondizionata emesso il 15 marzo dalle autorità della cosiddetta Regione Autonoma Tibetana, si apprende di nuove manifestazioni spontanee avvenute o in corso in diverse aree del Tibet.

Il 16 marzo, circa 500 studenti tibetani dell’Università di Lanzhou (la capitale della provincia del Gansu), hanno dato vita ad una pacifica dimostrazione all’interno dell’istituto scolastico. Analoghe manifestazioni di protesta sono avvenute non lontano da Lhasa, presso il monastero di Gaden Choekor ed in altre località della Regione Autonoma. Dal 15 marzo, a Lhasa, la polizia cinese esegue rastrellamenti casa per casa. Si è appreso dell’arresto di centinaia di tibetani, compresi tutti gli ex prigionieri politici.

Il 16 marzo, a Dharamsala, nel corso di una conferenza stampa, il Dalai Lama ha denunciato il genocidio culturale in atto all’interno del Tibet ed ha dichiarato di temere che la politica di repressione attuata dal governo di Pechino si possa tradurre in un nuovo bagno di sangue. Pur ribadendo di non essere contrario allo svolgimento dei Giochi Olimpici a Pechino, ha fatto sapere che non chiederà ai suoi connazionali di arrendersi alle autorità cinesi.

Lunedì 17 marzo, nella contea di Machu (Prefettura di Gannan, nel Gansu), una folla di 300 – 400 persone recanti grandi fotografie del Dalai Lama, si è diretta contro gli edifici governativi appiccando il fuoco a negozi ed uffici cinesi. Un centinaio di studenti della Marthang Nationality Middle School (Prefettura di Ngaba – Provincia del Sichuan) hanno inscenato una manifestazione di protesta all’interno del campus della scuola e chiesto a gran voce il ritorno del Dalai Lama. Si ha notizia dell’arresto di una quarantina di dimostranti.  

 
TIBET: LE PRIME SENTENZE - 30 CONDANNE

Pechino, 29 Aprile 2008

Dopo gli arresti le prime condanne. L'agenzia Xinhua ha annunciato che 30 tibetani sono stati condannati a pene detentive variabili da tre anni al carcere a vita per aver partecipato agli scontri di Lhasa lo scorso mese di marzo. Le sentenze sono state pronunciate dal tribunale di Lhasa nel corso di una seduta pubblica alla quale hanno presenziato sia monaci sia laici. La stessa agenzia di stampa così riferisce: "Due uomini, compreso un monaco buddista identificato col nome di Passang, sono stati condannati all'ergastolo. Passang è stato riconosciuto colpevole di aver capeggiato un gruppo di dieci persone, tra le quali cinque monaci, responsabili della distruzioni di edifici governativi, dell'incendio di negozi e di attacchi alle forze dell'ordine. Dei cinque monaci, due sono stati condannati a vent'anni di carcere e tre a quindici anni. L'altra persona condannata al carcere a vita risponde al nome di Sonam Norbu". Non si ha per ora notizia delle pene inflitte agli altri condannati.
Altre sentenze saranno pronunciate le prossime settimane. Le autorità della regione Autonoma Tibetana si sono a più riprese espresse a favore di "processi rapidi". Il 4 aprile 2008, il vicesegretario del Partito comunista della città di Lhasa ha dichiarato che, nella sola capitale, almeno 800 tibetani sarebbero stati portati davanti alla corte di giustizia. Ma il numero degli arrestati, così come quello dei morti durante gli scontri, continua ad oscillare: secondo le ultime stime, i tibetani arrestati nel periodo compreso tra il 9 marzo e il 29 aprile 2008 sarebbero 7132, di cui 4452 religiosi e 2680 laici (fonte: www.dossiertibet.it).
I morti sarebbero 191 e oltre 1300 i feriti di cui alcuni in gravi condizioni. 1800 i religiosi dispersi. L'amministrazione centrale tibetana ha dato notizia di un numero accertato di 203 morti, di oltre 1000 feriti e di almeno 5715 arresti.

UFFICIO DI SUA SANTITA IL DALAI LAMA COMUNICATO STAMPA:
SUA SANTITA IL DALAI LAMA E LA QUESTIONE TIBETANA:

17 luglio 2008

Alla luce delle recenti cronache riportate dai funzionari cinesi, secondo le quali, la questione del Tibet riguarda esclusivamente Sua Santità il Dalai Lama, noi cogliamo questa occasione per chiarire ancora una volta che la questione del Tibet riguarda il futuro dei sei milioni dei Tibetani residenti in Tibet e non Sua Santità il Dalai Lama.
Infatti, quando il governo Cinese ha fatto la proposta in cinque punti nel 1981 che includeva “Il Dalai Lama usufruirà dello stesso status politico e delle stesse condizioni di vita che aveva prima del 1959”, Sua Santità chiarì alla leadership Cinese che in ballo c'era il benessere dei sei milioni di tibetani, e lui personalmente non aveva niente da richiedere al governo centrale cinese.
Sua Santità ha persino dichiarato che dal 1969 in poi sono i Tibetani a decidere dell'istituzione della figura del Dalai Lama.
Nel 1992 Sua Santità ha dichiarato che una volta che ci sarà la possibilità di ritornare in un Tibet realmente autonomo, lui non avrà più alcun ruolo nel futuro governo del Tibet, figuriamoci se può ricoprire una carica politica tradizionale nel governo. Noi vogliamo anche chiarire specialmente ai nostri fratelli e sorelle Cinesi, che i Tibetani, inclusa Sua Santità il Dalai Lama, non sognano nemmeno di restaurare la vecchia società presente in Tibet prima del 1959. Come dato di fatto, la democrazia è stata introdotta nella comunità Tibetana in esilio nel 1960 con l'elezione dei rappresentanti dell'Assemblea dei Deputati del Popolo Tibetano (Parlamento Tibetano).
Dal 2001 i Tibetani in esilio eleggono direttamente la propria leadership politica e Sua Santità il Dalai Lama ritiene che egli stesso è sul punto di ritirarsi. Comunque sia, egli continuerà a portare avanti il suo compito nella promozione dei valori umani e dell'armonia religiosa.
In seguito alla ripresa del dialogo con il governo Cinese nel 2002, gli inviati di Sua Santità concordano nel considerare che la questione Tibetana riguarda il benessere dei sei milioni dei Tibetani e non di Sua Santità il Dalai Lama.

IL GOVERNO NEPALESE MINACCIA DI DEPORTARE I TIBETANI

Proseguono ininterrottamente a Kathmandu le proteste dei tibetani: trenta gli arresti effettuati solo nella giornata dell'11 settembre dalla polizia nepalese che anche i giorni scorsi è intervenuta con la forza contro i manifestanti riuniti davanti all'Ufficio Visti dell'Ambasciata cinese per chiedere, in modo assolutamente pacifico, libertà e rispetto dei diritti umani in Tibet.
Così, sale a 145 il numero dei tibetani detenuti nell'arco dell'ultima settimana.
Secondo quanto riportato da un giornale locale, il governo maoista nepalese si appresterebbe a deportare i tibetani residenti illegalmente nel paese e quindi sprovvisti del permesso di residenza rilasciato dalle autorità. A fronte dei 20.000 tibetani in possesso del documento, un numero maggiore di esuli ne è sprovvisto in quanto il governo nepalese si è rifiutato di riconoscere lo status di rifugiati ai tibetani arrivati nel paese dopo il 1989. La dirigenza nepalese, che considera il Tibet parte integrante della Cina, ha fatto sapere che le manifestazioni dei tibetani "minacciano le relazioni estere del paese". Non è stato specificato il luogo dove i tibetani potrebbero essere deportati.

 
INVASIONE DI DENARO IN TIBET

Investimenti per oltre due miliardi di euro dovrebbero trasformare il tessuto sociale della regione e "comprare" l'anima lamaista dei locali.
La Cina ha deciso di avviare un mega piano industriale e minerario per trasformare radicalmente l'economia e la società del Tibet. L'obiettivo politico del piano potrà essere nei fatti la diluizione dell'influenza religiosa del capo spirituale del Tibet il Dalai Lama, in esilio e con cui i colloqui stentano ad andare avanti.
I piani industriali sarebbero così un gran tocco di pane con cui comprare l'anima lamaista dei tibetani.
Il governo intende investire 21,17 miliardi di yuna, oltre 2 miliardi di euro, in 22 progetti.
Ci saranno dieci progetti minerari per un investimento di 15,9 miliardi di yuan, il Tibet ha grandi ricchezze minerarie inesplorate. Ci saranno quattro imprese di costruzioni e di materiali per costruzioni, si andranno a cavare pietre e marmi di cui la regione è ricca. Si faranno tre fabbriche di medicinali e di prodotti alimentari, alcuni tra i prodotti di medicina tradizionale cinese più popolari vengono dal Tibet, inoltre la medicina tibetana tradizionale è di moda in Cina.
Inoltre saranno istituite cinque zone di sviluppo industriale speciale entro i prossimi cinque anni per una spesa di circa 3,45 miliardi di yuan.
Già la ferrovia completata nel 2006 che collega Lhasa al resto della Cina ha cominciato a portare una trasformazione radicale nella regione, ma questi progetti industriali, che porteranno poi con loro investimenti nel settore immobiliare e commerciale, saranno una vera bomba atomica nella società tradizionale tibetana.
A questi progetti si aggiunge poi l'idea di trasformare il Tibet da un ostacolo a un vero ponte per i rapporti commerciali ed economici con l'India. Strade e ferrovie dal Tibet dovrebbero attraversare il Nepal e raggiungere poi il subcontinente indiano unendo nei fatti con una rotta terrestre abbastanza agevole i flussi di queste due immense popolazioni.
Pechino nei giorni scorsi, dopo la fine delle olimpiadi, aveva detto al Dalai Lama di accettare l'offerta cinese, e aveva aggiunto che non c'erano margini per trattative, il capo spirituale del Tibet poteva solo prendere o lasciare l'offerta.
In qualche modo mentre il Dalai Lama medita sul da farsi, Pechino mostra a lui e al mondo il suo secondo passo: un piano di trasformazione complessiva della regione. In questo orizzonte il Dalai Lama può tornare e partecipare in qualche modo alla trasformazione, che avvenga secondo modalità più consone alla cultura locale. Oppure il Dalai potrà restare all'estero, nel qual caso il piano procederebbe con meno attenzioni.
L'aspetto spirituale è completamente trascurato, anche perché il partito ormai non vuole più interessarsi della religione di per sé, ma solo dei suoi effetti pratici nella vita sociale.
D'altro canto con o senza il Dalai Lama l'opposizione al governo di Pechino al Tibet è ormai estremamente complicata. Oltre ai giovani tibetani all'estero, che contestano la moderazione del Dalai verso Pechino, ci sono poi alcuni tibetani che sono tornati ai culti shamanici prebuddisti del Tibet, convinti che lì ci sia la vera forza per opporsi alle nuove regole di Pechino.
Queste forze però, secondo Pechino, sono un problema diverso da quello religioso, sono un problema etnico, dove il denaro della crescita economica se non risolve tutto, come la ricchezza privata, almeno può aiutare molto.

 

TIBET,  SITUAZIONE DI  STALLO


Dharamsala, 30 Ottobre 2008
Oggi gli inviati del Dalai Lama, accompagnati da tre assistenti, sono partiti alla volta di Pechino dove si tratterranno una settimana e incontreranno, per l'ottava volta, i rappresentanti della dirigenza cinese.
Martedì 28 ottobre un'agenzia di stampa cinese, aveva fatto sapere che i colloqui tra i rappresentanti di Pechino e gli inviati del Dalai Lama avrebbero avuto luogo nonostante le proteste antigovernative scoppiate a Lhasa la scorsa primavera e "i seri tentativi di sabotaggio dei Giochi Olimpici di Pechino da parte di alcuni elementi secessionisti favorevoli all'indipendenza del Tibet". "Il Dalai Lama e il suo governo dovrebbero fare tesoro di questa opportunità" - continua il comunicato - "e rispondere positivamente alle condizioni prefissate dalle autorità centrali". In risposta alle parole del Dalai Lama, la portavoce del Ministero degli Esteri cinese, aveva affermato che la politica e l'atteggiamento del governo cinese nei confronti del leader tibetano erano sempre stati coerenti, espliciti e sinceri.
Le dichiarazioni di Pechino e la nuova tornata di colloqui tra i dirigenti cinesi e gli inviati del governo di Dharamsala avvengono a pochi giorni dal discorso tenuto dal Dalai Lama il 25 ottobre scorso, in occasione dell'anniversario della fondazione del Tibetan Children's Village. In quell'occasione, il leader tibetano aveva dichiarato di aver perduto ogni fiducia nella sincerità del governo cinese e aveva ufficialmente annunciato la convocazione di una speciale riunione di tutti i ministri in carica, gli ex ministri, gli attuali e precedenti membri del Parlamento tibetano, i rappresentanti delle Organizzazioni non Governative, intellettuali ed esperti, per decidere il futuro del movimento tibetano. L'incontro si terrà a Dharamsala dal 17 al 22 novembre. "Poiché crediamo nella democrazia" - ha affermato il segretario del Dalai Lama - "questa riunione speciale, convocata in un delicato momento e in assenza di qualsiasi risposta da parte della dirigenza cinese, darà a tutti, anche ai più radicali, la possibilità di esprimere il proprio punto di vista al fine di raggiungere una comunità di vedute per la pacifica soluzione del problema tibetano". Il Dalai Lama sta perdendo ogni speranza. Un cambiamento positivo non è ancora avvenuto in Tibet e la sua fede nel governo cinese si affievolisce sempre di più, ha ribadito in conferenza stampa oggi da Tokyo. Il 73enne Premio Nobel per la Pace ha avvertito che la situazione sta peggiorando e ha invitato i vertici cinesi ad avere una «mente più spirituale» per affrontare il problema tibetano.

 

 CONCLUSO IL MEETING DI DHARAMSALA: PREVALE LA LINEA DEL NEGOZIATO CON LA CINA 

Dharamsala, 22 novembre 2008.

La maggioranza dei tibetani in esilio, riuniti a Dharamsala, si è espressa a favore della linea politica moderata del Dalai Lama. Questi i punti principali emersi dal meeting:

1 – Decisione unanime: l’Assemblea invia un forte messaggio di solidarietà ai tibetani all’interno del Tibet per il coraggio con cui hanno affrontato il regime cinese. In particolare, l’assemblea ricorda i tibetani morti, arrestati, torturati e quelli che ancora risultano dispersi.

2 – Decisione unanime: l’Assemblea chiede al Dalai Lama, indiscusso leader politico e spirituale del Tibet, di non lasciare la sua carica e di restare alla guida del popolo tibetano per aiutarlo a risolvere nel miglior modo possibile la questione del Tibet.

3 – La maggioranza dell’assemblea decide, di conseguenza, di proseguire con l’attuale politica della Via di Mezzo per trovare una soluzione al problema. Tuttavia restano aperte le opzioni dell’autodeterminazione e dell’indipendenza nel caso in cui la politica della Via di Mezzo non porti a risultati.

4 – L’assemblea ringrazia tutti i gruppi di sostegno, il governo, i singoli individui e soprattutto il governo e il popolo dell’India per il loro fermo supporto.

Parlando con i giornalisti, il presidente del parlamento tibetano, Karma Choepel, e la vicepresidente, signora Dolma Gyari, hanno dichiarato che molti delegati si sono espressi a favore di una linea più dura nei confronti della Cina ma, alla fine, la maggioranza ha votato a favore della politica della Via di Mezzo. “Tuttavia il governo tibetano non invierà a Pechino i suoi rappresentanti fino a che la Cina non mostrerà di aver ammorbidito la sua posizione”, ha precisato la signora Gyari. “Se non vi sarà alcun progresso nel breve periodo, prenderemo in considerazione altre opzioni, compresa quella dell’indipendenza”, ha aggiunto il presidente Choepel.  Il governo tibetano ha fatto sapere che le condizioni per la ripresa dei colloqui saranno specificate nella risoluzione finale. Tra le condizioni figurerebbero la presenza ai colloqui di un osservatore indipendente, la liberazione dei prigionieri politici e il rilascio di una dichiarazione congiunta al termine di ogni round negoziale. Nella risoluzione finale sarebbero inoltre caldeggiate una più intensa attività di lobbying presso le Nazioni Unite e una campagna volta a contrastare la disinformazione e le falsità divulgate dalla Cina.

Fiducia al Dalai Lama, sì alla sua «via di mezzo» ma niente più concessioni alla Cina e soprattutto nessun definitivo accantonamento dell'idea di indipendenza da Pechino. Questi i risultati della settimana di colloqui a Dharamsala, la città del nord dell'India sede del governo tibetano in esilio, alla quale hanno partecipato 600 tra tibetani in esilio, monaci e sostenitori da tutto il mondo. Invitate dal Dalai Lama come previsto dalla costituzione del governo in esilio, le delegazioni hanno discusso in commissioni prima e in seduta plenaria poi, sul futuro del Tibet e sulla strategia da adottare nei confronti della Cina. Il messaggio che dall'assembla arriva al governo tibetano, unico organo in grado di decidere dal momento che il meeting aveva valore consultivo, è che si dà fiducia alla politica attendista del leader spirituale. Ma è una fiducia a tempo. Anche se nessun termine è stato fissato, la linea intransigente, portata avanti soprattutto dai movimenti giovanili che vorrebbero azioni decise contro la Cina per ottenere non l'autonomia ma l'indipendenza, non è passata ma ha segnato un punto. Per la prima volta dal 1993, da quando cioè si scelse la «via di mezzo», la richiesta dell'indipendenza è stata avanzata a chiare lettere. È stato il presidente del parlamento tibetano in esilio, Karma Choephel, a spiegare le conclusioni del meeting ai giornalisti. «L'assemblea ha detto alla Kashag (il governo tibetano in esilio) che non ha senso continuare il dialogo con Pechino, visto che la parte cinese non ha accettato le nostre richieste» ha dichiarato Choephel, aggiungendo che non saranno mandati altri negoziatori a Pechino se non vi saranno prima aperture chiare dalla Cina. 

Il Dalai Lama fino ad ora non si è espresso. Attende che l'indicazione dell'assemblea giunga sul suo tavolo per l'approvazione. Il 73enne Premio Nobel per la Pace non ha neanche partecipato ai lavori, per non condizionarli con la sua presenza, visto che era in discussione non la sua persona, ma la sua politica. L'assemblea ha peraltro rigettato ogni idea di sue dimissioni, ribadendo fiducia nell'operato di un leader che gode dell'appoggio morale di molti capi di stato e di governo oltre che di persone comuni in ogni parte del pianeta.  Il Dalai Lama intanto ritira ogni proposito di dimissioni. Lo ha annunciato personalmente ai cronisti il capo spirituale dei tibetani in esilio, a margine di una conferenza sul meeting speciale dei tibetani di tutto il mondo conclusosi ieri a Dharamsala, nel nord dell'India. L'assembla aveva ribadito la sua fiducia nel leader spirituale e alla sua politica della «via di mezzo» nei confronti dei cinesi, non abbandonando però l'ipotesi dell'indipendenza da Pechino se la politica attendista del Dalai non desse risultati. Il leader, invece, ha respinto stamattina ogni idea di richiesta di indipendenza, giudicata «impraticabile». La comunità tibetana è «in grave pericolo» avverte il Dalai Lama, aggiungendo di aver perso tutta la fiducia nelle autorità cinesi dopo il fallimento di anni di negoziati sullo statuto del Tibet. «Negli ultimi tempi ho perso sempre di più la fiducia nelle autorità cinesi», ha detto il leader tibetano intervenendo alla chiusura dell'assemblea sul futuro del Tibet, convocata dal Dalai Lama a Dharamsala, in India, sede del governo tibetano in esilio. «Nei prossimi vent'anni dovremo fare molta attenzione alle nostre azioni e alla nostra strategia, perché la comunità tibetana è in grave pericolo», ha aggiunto.

DANZICA, 6 dicembre 2008.

Il mondo guarda a Danzica, la città di Walesa e di Solidarnosc, ancora una volta nella Storia che viviamo. Oggi pomeriggio è avvenuto lo storico incontro tra il Dalai Lama, il leader spirituale dei tibetani perseguitati e oppressi dal regime cinese, e il capo dello Stato francese, Nicolas Sarkozy, presidente di turno dell'Unione europea. Pechino, con un linguaggio di ricatti e pressioni della peggior specie, ha invano tentato di impedirlo minacciando la Francia di gravi danni e ripercussioni nei rapporti economici oltre che politici. Ma Sarkozy ha scelto di non mollare, in nome della fedeltà ai valori del mondo libero e di un'Europa forte che sa dire no alle pressioni. "Io ho sempre detto che avrei incontrato il Dalai Lama entro la fine di quest'anno", ha spiegato il presidente francese ai giornalisti. "E avevo anche concordato, come presidente di turno del Consiglio europeo, che non sarebbe stato il miglior momento per incontrarlo il periodo attorno ai giochi olimpici a Pechino".

La Francia, egli ha sottolineato, non si fa piegare né spaventare dalle minacce cinesi. Prima di tutto, ha messo in rilievo, "io, sia come capo dello Stato francese, sia come presidente di turno del Consiglio Ue, sono libero di fare la mia agenda di incontri da solo e consultando i partner europei. Secondo, bisogna prendere la situazione con calma. Il mondo globale ha bisogno della Cina, ma di una Cina più aperta che partecipi alla governance mondiale. E la Cina ha bisogno di un'Europa forte, che dia lavoro alle imprese cinesi". Una posizione ferma, dunque, un monito appena velato ma chiarissimo al regime di Pechino: attenti a minacciare ritorsioni economiche, che si ripercuoterebbero negativamente anche sulla vostra economia, è in sostanza il segnale del presidente. La Francia, egli ha continuato, vuole una sola Cina, di cui anche il Tibet fa parte, ma questa è anche la posizione del Dalai Lama, che non chiede l'indipendenza. La situazione si fa di ora in ora più calda, incandescente, tra la Ue guidata dalla Francia e la Repubblica popolare. La cornice dell'incontro con cui l'Eliseo e l'Europa hanno voluto dire alla Cina che non si lasciano ricattare è di per sé particolarmente solenne. Oggi sabato si è tenuta a Danzica una conferenza internazionale - con Sarkozy stesso, con molti premi Nobel per la pace - per celebrare solennemente il 25mo anniversario del conferimento, appunto, del Nobel per la pace a Lech Walesa. Allora era il fondatore di Solidarnosc a battersi con la non violenza contro la brutale Unione Sovietica di Breznev e dei suoi epigoni, l'Urss di prima di Gorbaciov, per la libertà e per un'Europa senza muri, oggi il Dalai Lama chiede una Cina diversa e libertà per il suo popolo. Il Dalai Lama e Walesa ieri venerdì qui a Danzica hanno lanciato importanti segnali distensivi a Pechino, ma senza indurla a ripensamenti. E Sarkozy si è schierato sulla loro linea senza riserve, confermando l'incontro. "Ho la speranza che la Cina cambi, quando diverrà una società più aperta e democratica, uno Stato di diritto, tutti i cinesi capiranno la situazione tibetana e allora il problema del Tibet sarà risolvibile in poche ore o pochi giorni", aveva detto il leader spirituale tibetano in una conferenza stampa con Lech Walesa a fianco. "E' falsa e infondata l'accusa di separatismo che Pechino ci muove", ha aggiunto: "Materialmente ci conviene restare col popolo cinese, ma con il diritto alla nostra lingua, alla nostra cultura, alle nostre tradizioni. E la nostra etica dell'autodisciplina può aiutare moltissimo il rinnovamento di una Cina dove la corruzione è così diffusa", ha sottolineato.

TIBET: DURE CONDANNE A SETTE TIBETANI

Dharamsala, 22 dicembre 2008.

Il Centro Tibetano per i Diritti Umani e la Democrazia ha reso noto che sette tibetani, accusati di spionaggio, sono stati condannati a durissime pene detentive. La condanna più severa è stata sentenziata a un ex monaco collaboratore di un’Organizzazione non Governativa australiana impegnata nella campagna di sensibilizzazione contro il virus dell’AIDS (appare nella foto, a sinistra, al lavoro dietro al banchetto).

La Corte di Giustizia della città di Lhasa, che lo ha giudicato colpevole di aver preso parte all’organizzazione delle manifestazioni dello scorso mese di marzo e di aver fornito informazioni a organizzazioni indipendentiste legate alla “cricca” del Dalai Lama all’estero, lo ha condannato all’ergastolo e alla privazione a vita dei diritti politici. A sei altri tibetani sono state inflitte pene detentive variabili da nove a quindici anni di carcere. Da quando sono scoppiate le proteste, lo scorso 10 marzo, le autorità cinesi hanno cercato di imporre il blocco totale delle informazioni da e verso il Tibet e, di fatto, per alcuni mesi il paese è stato tagliato fuori dal resto del mondo.

 

MONASTERO DI KIRTI: DUE MONACI CONDANNATI E UNO ARRESTATO

 

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Dharamsala, 20 gennaio 2009.

Temendo nuove proteste, la Cina sta obbligando i monasteri ad anticipare le cerimonie religiose previste dal calendario tibetano e a festeggiare il Losar, il capodanno tibetano.

Le autorità della provincia occidentale del Sichuan hanno ingiunto ai responsabili del monastero di Ngaba Kirti (nella foto) di dare inizio alla celebrazione della “Grande Festa della Preghiera”, il Monlam, e li hanno obbligati a tenere l’annuale sessione di dibattito. Radio Voice of America riferisce che un monaco è stato arrestato per essersi rifiutato di anticipare la celebrazione delle cerimonie religiose e per aver stampato dei manifesti, apparsi sulle mura del monastero, in cui si contestavano gli ordini delle autorità cinesi.Circa quindici giorni fa, due monaci appartenenti alla medesima istituzione monastica, Kunga e Dorjee, sono stati condannati a due anni di carcere. I religiosi erano stati arrestati anche nel maggio 2008 per essersi opposti alla politica di rieducazione patriottica voluta dal governo cinese.

Si apprende che le autorità della Regione Autonoma stanno cercando in ogni modo di convincere i tibetani a celebrare il Losar, che la popolazione vorrebbe invece trasformare in un momento di commemorazione delle vittime della repressione cinese del marzo 2008.

 Il governo cinese sta progettando di premiare chi farà esplodere il maggior numero di fuochi artificiali e chi, in tutto il Tibet, si farà promotore di eventi legati alla festività.

 

IL TIBET RIAPRE AI TURISTI STRANIERI 

Dharamsala, 6 aprile 2009 (AsiaNews).

La Cina ha “riaperto” il Tibet ai turisti stranieri. Il 4 aprile un gruppo di undici turisti tedeschi è arrivato a Lhasa con un viaggio organizzato che li porterà a visitare le maggiori bellezze naturali del Paese.
A febbraio e marzo, in occasione delle ricorrenze delle rivolte anticinesi in Tibet, la zona, insieme alle regioni tibetane del Qinghai, Gansu e Sichuan, è stata proibita ai turisti stranieri per “proteggerli”. L’intera area è stata per due mesi occupata da decine di migliaia di soldati e sotto una legge marziale di fatto. Gli analisti osservano che anche questa “riapertura” è solo parziale poiché per entrare in Tibet occorre un permesso speciale e non è chiaro se ci si possa andare al di fuori dei viaggi organizzati, mentre perdura il divieto totale per i giornalisti esteri.
Il premier Samdhong Rinpoche, in un’intervista esclusiva ad AsiaNews, commenta i dati diffusi la settimana scorsa dal Rapporto del China Tibetology Research Centre, ente che dipende dal governo di Pechino, che ha parlato di una regione florida dove i tibetani vivono felici e tutelati.
Il rapporto indica che in Tibet ci sono 2,7 milioni di etnici tibetani su una popolazione di 2,87 milioni, secondo dati del 2008, anche se molti esperti commentano che nei numeri non sono compresi i molti etnici Han emigrati in Tibet ma non formalmente residenti.
Rinpoche risponde che è evidente che “a Lhasa i cinesi immigrati sono il doppio dei tibetani”. “Il governo ha favorito una massiccia immigrazione di etnici cinesi offendo loro incentivi economici. I tibetani sono ormai una minoranza nel loro stesso Paese: nella zona vivono sei milioni di tibetani e non meno di 7,5 milioni di etnici cinesi [con riferimento non solo al Tibet ma anche alle altre zone tibetane nelle popolose province del Gansu, Qinghai e Sichuan.
Inoltre i tibetani vivono soprattutto nelle zone rurali. E’ una vera ‘aggressione demografica’ che minaccia la cultura tibetana”. 
“In secondo luogo – prosegue Samdhong Rinpoche – sono stati già fatti danni irreversibili all’ambiente, è stato alterato il fragile ecosistema dell’area e si stanno sciogliendo i ghiacciai eterni del Tibet.

“Inoltre la Cina proclama di avere investito grandi somme per il progresso economico e il benessere della regione. In realtà si è impadronita delle immense risorse della zona, ha saccheggiato persino gli ampi boschi e le piante medicinali degli altopiani. Non più del 6-7% del valore di queste risorse è stato investito nello sviluppo della regione ma a beneficiarne sono state soprattutto le etnie non tibetane e i militari presenti”.

Samdhong Rinpoche conclude che la Cina si è impossessata persino dei simboli delle tradizioni religiose e culturali: “I cinesi hanno fatto saccheggio di reliquie e manufatti antichi, confiscati negli anni ’60 e ’70 da monasteri e case, compresi preziosi, gioielli e ornamenti in oro e argento”. 

SOTTO PROCESSO UN LAMA TIBETANO 
Dharamsala, 24 aprile 2009 (AsiaNews - Phayul)

Dura condanna del Centro Tibetano per i Diritti Umani e la Democrazia per il processo a Tulku Phurbu Tsering Rinpoche, cinquantadue anni, iniziato il 21 aprile 2009, il primo intentato contro un leader buddista di grande spicco, accusato di aver preso parte alle proteste del marzo 2008. Nella zona sono massime le misure di sicurezza e la situazione è tesa. Phurbu, un lama molto stimato e rispettato dai tibetani, è in carcere dal 18 maggio 2008 con l’accusa di possesso illegale di una pistola e di oltre cento proiettili, trovati presso la sua abitazione a Kardze (Prefettura di Sichuan) dalla polizia durante una perquisizione. Il reato è punibile con quindici anni di carcere. Il suo avvocato, Li Fangping, ha affermato che la polizia, dopo quattro giorni di interrogatori e dopo aver minacciato l’arresto della moglie e dei figli di Tulku Phurbu se non avesse confessato, ha estorto al lama una falsa confessione. “L’accusa è insostenibile” – ha dichiarato Li – “La polizia non ha nemmeno controllato la provenienza dell’arma né le impronte digitali”.

Il Centro Tibetano per i Diritti Umani e la Democrazia denuncia la strategia cinese di processare eminenti leader buddisti, sotto l’accusa di istigare la popolazione alla violenza, per giustificare la dura repressione attuata dalla polizia cinese dal marzo 2008. Ricorda che già in passato sono stati arrestati e processati con false accuse molte personalità religiose, quali Khenpo Jigme Phuntsok del Serthar Buddhist Institute, Tenzin Delek Rinpoche fondatore del monastero Kham Nalanda e Bangi Rinpoche, fondatore dell’orfanotrofio Gyatso a Lhasa.

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