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Il
10 Marzo 1959 ,nella capitale Lhasa, il risentimento dei tibetani sfociò
in un’aperta rivolta nazionale per riaffermare l’indipendenza del
paese. L’Esercito di Liberazione Popolare stroncò l’insurrezione con
estrema brutalità uccidendo, tra il marzo e l’ottobre di quell’anno,
nel solo Tibet centrale, più di 87.000 civili. Il Dalai Lama, seguito da
circa 100.000 tibetani, fu costretto a fuggire dal Tibet e chiese asilo
politico in India dove fu costituito un governo tibetano in esilio fondato
su principi democratici. Attualmente, il numero dei rifugiati supera le
135.000 unità e l’afflusso dei profughi che lasciano il paese per
sfuggire alle persecuzioni cinesi non conosce sosta. Dal 1960, il Dalai
Lama risiede a Dharamsala, una cittadina situata nello stato indiano
dell’Himachal Pradesh, conosciuta anche come “la piccola Lhasa” e
sede del Governo Tibetano in esilio.
Nel 1976, dopo la morte di Mao, visto il
clima di rivolta sempre nell'aria, i Cinesi si resero conto che non
potevano continuare a governare la Regione Autonoma del Tibet sempre nello
stesso modo. Per questo Hua Guofeng successore di Mao, invitò il Dalai
Lama a ritornare in Tibet. Questi considerò con cautela l'invito e, dopo
avere mandato una commissione per valutare il rientro (con il consenso
cinese) decise di rimanere in India.
Deng Xiaoping sostituì Hua Guofeng ed
inviò in Tibet una commissione per valutare la situazione del Tibet. A
seguito di questa venne stabilito un piano per cercare di migliorare le
condizioni di vita dei tibetani riducendo per due anni le tasse,
consentendo un minimo di iniziativa privata e facendo riaprire il Jakong e
il Palazzo del Potala. Nei primi anni ottanta vennero diminuiti
leggermente i divieti relativi all'osservanza della religione e vennero
riaperti alcuni monasteri. Questo era per riaprire il colloquio con il
Governo tibetano in esilio in modo che il Dalai Lama fosse più vicino
all'influenza cinese e che andasse in Cina dove avrebbe potuto ricoprire
qualche incarico da funzionario. Egli rifiutò e nel 1983 i colloqui
furono interrotti definitivamente e l'invito al Dalai Lama fu ritirato.
L’occupazione
cinese presenta tutte le caratteristiche del dominio coloniale con un
milione e duecentomila Tibetani,
un quinto della popolazione, morti
a causa dell’occupazione e sono migliaia
i prigionieri religiosi e politici che
vengono detenuti in campi di lavoro forzato, dove la tortura è pratica
comune. Uno degli aspetti più penosi della dominazione cinese è stato il
"Thamzing" o "seduta di rieducazione", durante la
quale i tibetani erano costretti ad auto accusarsi di crimini non commessi
e ad autodegradarsi. I bambini erano sovente obbligati ad accusare i
genitori di aver compiuto questo o quel crimine e a colpirli con sassi.
Molti genitori, a loro volta, hanno assistito all'esecuzione dei loro
figli, sono stati costretti a pagare i proiettili usati per ucciderli e a
ringraziare i cinesi per aver eliminato "elementi antisociali".
Le
donne tibetane sono soggette tuttora a sterilizzazioni forzate e a
procurati aborti: occorre che i cinesi in Tibet siano sempre più numerosi
e i tibetani sempre meno. Spesso vengono sterilizzate in condizioni
spaventose tutte le donne in età fertile di un paese: radunate a forza
davanti ad una tenda montata allo scopo, sono costrette ad attendere il
loro turno ascoltando le urla delle donne operate all'interno.Manca
totalmente qualsiasi forma di anestesia. Altissima è la percentuale delle
donne morte per infezione, poiché vengono obbligate ad abortire anche
donne gravide di cinque o sei mesi. Le donne tibetane si rifiutano di
partorire negli ospedali perché in molti casi il bimbo viene loro
sottratto e considerato "morto durante il parto".
Più
di 6000 monasteri, templi ed edifici storici sono stati razziati e rasi al
suolo, le loro antiche opere d'arte e i tesori della letteratura sono
stati distrutti o venduti dai cinesi. Migliaia di statue d'oro di valore
inestimabile sono state fuse, trasformate in lingotti e trasportate a
Pechino. La Cina proibisce in Tibet l'insegnamento e lo studio del
Buddismo, l'odierna apparenza in libertà religiosa è stata inaugurata
unicamente per fini di propaganda e turismo. Finti monaci prezzolati
popolano finti monasteri, mentre i monaci e le monache vengono espulsi,
maltrattati ed imprigionati. Oppressione ed atrocità regolano la vita dei
tibetani rimasti in Tibet la cui esistenza si svolge come in un incubo
senza fine.
In
Tibet sono presenti 500.000 soldati della Repubblica Popolare con un
massiccio afflusso di immigrati cinesi che sta minacciando la
sopravvivenza dell’identità tibetana e ha ridotto la popolazione
autoctona a una minoranza all’interno del proprio paese. La sistematica
politica di discriminazione attuata dalle autorità cinesi ha emarginato
la popolazione tibetana in tutti i settori, da quello scolastico
a quello religioso e lavorativo.
Lo sviluppo economico in atto in Tibet arreca benefici quasi
esclusivamente ai coloni cinesi e non ai Tibetani
Inoltre
il Tibet, un tempo pacifico stato cuscinetto tra l'India e la Cina, è
stato trasformato in una vasta base militare che ospita buona parte della
forza missilistica nucleare cinese, valutata complessivamente in 350
testate nucleari. Esistono, ormai, in Tibet numerose miniere di uranio
dove la manodopera è tutta tibetana; parecchie persone vivono nei
villaggi vicini alle basi atomiche, ai luoghi d'interramento delle scorie
nucleari e alle miniere di uranio, sono gravemente malate, mentre
continuano a nascere bambini deformi, i campi non danno più colture, gli
animali muoiono e le acque dei fiumi che attraversano vasti territori
dell'Asia, quali il Brahmaputra, sono contaminate da materiale
radioattivo.
Tutto
il subcontinente indiano rischia la contaminazione. Le risorse naturali
del Tibet e la sua fragile ecologia stanno per essere irrimediabilmente
distrutte. Gli animali selvatici sono stati sterminati, le foreste
abbattute, il terreno impoverito ed eroso. Le immense foreste delle
regioni orientali del Kham e dell'Amdo, intatte sino alla metà di questo
secolo, grazie ad una sorta di ecologismo naturale proprio del Buddismo,
sono ormai ridotte a spelacchiate macchie circondate da un vero e proprio
deserto. La deforestazione del Tibet procede senza sosta dal 1963.
Per la Repubblica Popolare
Cinese, il Tibet è la Regione Autonoma del Tibet, nata ufficialmente il 1°
settembre 1965 chiamata anche Tibet Autonomous Region o TAR, reclamando
anche il territorio del Arunachal Pradesh come appartenente alla stessa.
Alcuni cinesi reclamano anche Sikkim,Bhutan e Ladakh come appartenenti
alla TAR. La TAR copre solo l'Ü-Tsang e il Kham occidentale, mentre l'Amdo
e il Kham orientale appartengono alle province cinesi di Qinghai, Gansu,Yunnan
e Sichuan. L'area ha un'estensione di 1,2 milioni di chilometri quadrati,
meno della metà della suddetta area culturale rivendicata dal governo in
esilio, ed ospita meno di 3 milioni di tibetani.
Il Tibet rappresenta 1/3 del territorio dell’intera Cina ma i suoi
abitanti originari (i tibetani) corrispondono solo allo 0,5% della
popolazione Cinese.
La
possibilità che tibetani e cinesi possano avere un’identità comune è
assolutamente remota,infatti essi non
condividono un territorio, una lingua, una legge, il senso della storia o
una letteratura, ne hanno avuto un’irrilevante comunanza di credo
religioso e appartengono a razze diverse I tibetani affermano che il Tibet
è una nazione a sé stante con una sua peculiare identità culturale. I
cinesi sostengono invece che i tibetani sono membri di una minoranza
all’interno della nazione cinese (talvolta definita “una famiglia di
nazioni”), con caratteristiche locali nel contesto di una cultura
comune. I tibetani sono un popolo unico sul pianeta perché la loro
identità nazionale è imperniata sul buddismo. Per il popolo del Tibet il
Dharma (la Dottrina) è tutto. Nell’arco di oltre mille anni, a partire
dal re Songtsen Gampo (inizi del VII° secolo) fino al regno del V° Dalai
Lama (il “Grande Quinto”, inizi del XVII° secolo), la cultura
tibetana ha subito un laborioso processo di trasformazione: da
etnocentrica, guerriera e imperialista è diventata universale, spirituale
e buddista. Per più di trecento anni i tibetani, per propria scelta, non
hanno avuto un esercito. Hanno volutamente posposto la crescita materiale
a quella spirituale. Per secoli hanno utilizzato le risorse finanziarie
principalmente per mantenere i monasteri e consentire ai monaci e alle
suore di studiare. Non hanno considerato la ruota solo come un mezzo di
trasporto ma come uno strumento per generare la preghiera, l’energia
sacra del mantra “OM MANI PADME HUM”. I loro governanti, dopo aver
trionfato su dinastie sanguinarie, provenivano da lignaggi spirituali di
saggezza e compassione.
E’
una cultura di valore inestimabile, che fa da contrappunto alla nostra,
perché proiettata verso l’interiorità allo stesso modo in cui noi
diamo invece peso alle cose esteriori. Potrebbe fornirci preziose
indicazioni per aiutarci a ristabilire l’equilibrio del pianeta e a
restituire un equilibrio spirituale a quanti sono stati follemente
travolti dall’eccessivo materialismo. E’ una questione di vita o di
morte, è la nostra stessa vita o morte. E’ una cultura che vive in
clandestinità in patria e in libertà solamente in esilio. E’ nostro
dovere proteggerla, nutrirla ed aspettare pazientemente che le persone
interessate ne riscoprano il prezioso valore e sentano l’esigenza di
farne tesoro.
Tenzin
Gyatso, 14° Dalai Lama
Sua
Santità Tenzin Gyatso, 14° Dalai Lama del Tibet, è il capo temporale e
spirituale del popolo tibetano.
Nato con il nome di Lhamo Dhondrub il 6 luglio 1935 in un piccolo
villaggio chiamato Taktser, nel nordest del Tibet, da una famiglia di
contadini, all’età di due anni fu riconosciuto come la reincarnazione
del suo predecessore, il 13° Dalai Lama e, secondo la tradizione buddista
tibetana, come reincarnazione di Avalokitesvara, il Buddha della
Compassione che scelse di tornare sulla terra per servire la gente.
I suoi tentativi di soluzione pacifica del conflitto Sino-Tibetano furono
vanificati dalla spietata politica perseguita da Pechino nel Tibet
Orientale, politica che scatenò la sollevazione popolare e la resistenza.
La protesta si diffuse nelle altre regioni del paese.
Sin
dalla sua prima visita in Occidente, all’inizio del 1973, numerose
università ed istituzioni occidentali hanno conferito al Dalai Lama Premi
per la Pace e Lauree ad Honorem, in segno di riconoscimento per gli
approfonditi testi sulla filosofia buddista e per il ruolo svolto nella
soluzione dei conflitti internazionali, nella questione dei diritti umani
e in quella, a carattere globale, dei problemi ambientali. A
tutt'oggi Tenzin Gyatso (XIV Dalai Lama) non richiede più l'indipendenza
e la sovranità del Tibet, anche tramite pressioni internazionali, ma solo
una vera autonomia della Regione Autonoma del Tibet ed il rispetto dei
diritti umani dei tibetani
Nel
1959, 1961 e 1965, le Nazioni Unite approvarono tre risoluzioni a favore
del Tibet in cui si esprimeva preoccupazione circa la violazione dei
diritti umani e si chiedeva "la cessazione di tutto ciò che priva il
popolo tibetano dei suoi fondamentali diritti umani e delle libertà,
incluso il diritto all'autodeterminazione". A partire dal 1986,
numerose risoluzioni del Congresso degli Stati Uniti, del Parlamento
Europeo e di molti parlamenti nazionali hanno deplorato la situazione
esistente in Tibet e all'interno della stessa Cina ed esortato il governo
cinese al rispetto dei diritti umani e delle libertà democratiche.
Malgrado gli incessanti appelli della comunità internazionale:
- il
diritto del popolo tibetano alla libertà di parola è
sistematicamente violato.
- Migliaia
di tibetani sono tuttora imprigionati, torturati e condannati senza
processo. Le condizioni carcerarie sono disumane.
- Le
donne tibetane sono costrette a subire involontariamente la
sterilizzazione e l'aborto.
- I
tibetani sono perseguitati per il loro credo religioso.
- Monaci
e monache sono costretti a sottostare a sessioni di rieducazione
patriottica, a denunciare il Dalai Lama e a dichiarare obbedienza al
Partito comunista.
Nel corso degli anni il problema tibetano è stato oggetto di una
crescente attenzione da parte della comunità internazionale. Il Dalai
Lama è stato insignito, nel 1989, del Premio Nobel per la Pace ed è
stato ricevuto da molti capi di stato. In diversi paesi si sono costituiti
gruppi interparlamentari a favore del Tibet, e in 60 paesi, sono attivi
oltre 100 gruppi di sostegno. Gli Stati Uniti, l'Austria, l'Australia e
l'Unione Europea a più riprese hanno inviato in Tibet delegazioni
parlamentari d'inchiesta. In Italia è nato, nel maggio 2002,
l'Intergruppo Parlamentare Italia-Tibet che, all'indomani della sua
costituzione, ha presentato una risoluzione sul Tibet approvata a larga
maggioranza il 9 ottobre 2002.
Nonostante
la rigida chiusura del Governo di Pechino che si ostina a negare
l'esistenza di una "questione tibetana", dal 1959 ad oggi il
Dalai Lama ha formulato diverse proposte politiche per sbloccare la
situazione ed avviare un serio negoziato. Il progetto più articolato è
costituito dal Piano di Pace in Cinque Punti presentato dal Dalai Lama nel
1987, documento in cui si chiede che l'intero territorio del Tibet venga
dichiarato "zona di pace" e smilitarizzato; che cessi la
politica di massiccia immigrazione dei coloni cinesi, la quale sta
riducendo i tibetani ad una minoranza nel loro stesso paese; che siano
garantite agli abitanti le libertà democratiche e i diritti civili; che
cessi lo sfruttamento selvaggio e sistematico dell'ecosistema tibetano e
che inizino al più presto serie e concrete trattative tra le autorità
della Repubblica Popolare Cinese ed il Governo Tibetano in esilio, per
ritrovare una soluzione pacifica e democratica al dramma del Tibet. A
tutt'oggi il governo di Pechino non ha dato risposta.
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